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ROMA - Il vice segretario del Pd Dario Franceschini replica a Silvio Berlusconi, che oggi ha chiuso al dialogo con l’opposzione, accusata dal premier di andare in piazza contro il governo invece di fare proposte. “Purtroppo capita ad alcune persone di perdere, con l’eta’, anche la memoria. Cosi’ deve essere capitato anche al Presidente del Consiglio che non ricorda che due anni fa porto’ molte persone in piazza contro il governo Prodi con lo slogan ‘contro il regime’ e noi non urlammo all’attentato”, ha detto Franceschini. (Agr)

link:
Dialogo: Franceschini, “Berlusconi ha perso la memoria” Corriere Della Sera

… era il vampiro, la sanguisuga. Speriamo che adesso agisca di conseguenza.

“Il 22% del Pil italiano e’ sotto il tavolo. Se si pagassero le tasse su questo 22%, l’erario incasserebbe ogni anno 100 miliardi in piu’”. Lo afferma il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

link: BERLUSCONI: 22% PIL SOTTO TAVOLO, EVASIONE 100 MLD ANNO | News | La Repubblica.it


Poi capisco i “comunisti”.

A fine settembre, dopo avere ricevuto 85 miliardi di dollari dallo Stato nel più grande salvataggio di un’azienda sull’orlo della bancarotta, Aig premiò 70 manager con una vacanza in California a 1.600 dollari a notte. Il costo complessivo: 440 mila dollari, di cui quasi 7 mila per il campo di golf e oltre 23 mila per il salone di bellezza. «Si sono fatti fare pedicure, manicure, massaggi, capelli, trucco e il popolo americano ha pagato un conto esorbitante!» ha tuonato il deputato democratico Elijah Cummings, impugnando le ricevute dell’ albergo. E rivolto agli ultimi due amministratori delegati di Aig, Martin Sullivan e Robert Willumstad, in audizione alla Camera, ha esclamato: «Vergognatevi!». L’udienza sul salvataggio di Aig (il colosso delle assicurazioni main sponsor del Manchester United che proprio ieri sera ha ricevuto dalla Fed altri 38 miliardi di dollari) è stata una delle tante alla Camera sul crollo di Wall Street.

Non ha portato al mea culpa di Sullivan e Willumstad, che anzi si sono dichiarati «vittime di uno tsunami finanziario»: la vacanza premio dei 70 manager, hanno ribattuto, venne programmata prima del crac e comunque era meritata. Ma l’udienza ha messo a fuoco gli eccessi dei big della finanza. All’inizio del 2008, Sullivan, che aveva percepito circa 22 milioni di dollari in ciascuno dei tre anni precedenti, venne ammonito dai revisori dei conti che Aig stava andando in bancarotta, a causa soprattutto degli errori del direttore finanziario Joseph Cassano, un «mago» che dal 2000 aveva guadagnato 280 milioni di dollari. Sullivan tirò dritto e anzi si garantì anche un premio in contanti di 5 milioni di dollari e una liquidazione di 15 milioni, trasformando Cassano in un consulente da un milione di dollari al mese. Con le dimissioni, a giugno, Sullivan intascò circa 40 milioni. Almeno il suo successore, Willumstad, che ha lasciato a fine settembre, ha rinunciato a una megaliquidazione di 22 milioni.

Sullivan invece ha continuato ad avere un ufficio, la segretaria, l’auto fino a dicembre. Persino i suoceri sono stati garantiti, potendo continuare ad abitare in un club esclusivo della società. l capo della Commissione di controllo, Henry Waxman, protesta ora che l’ex boss Aig, un anglo-irlandese amante della buona tavola e del gin, era abituato a una vita principesca con la bella moglie Antoinette, l’aereo della società, l’appartamento di Manhattan, il conto spese e via di seguito. In un certo senso, Sullivan, padre di tre figli, è stato travolto dalla «cultura del casinò» di Wall Street, come la chiama John McCain. Di famiglia operaia, Sullivan cominciò a lavorare a 17 anni a Londra, a 36 assunse la direzione della Aig in Europa e a 40 fu chiamato a New York dal suo predecessore, il mitico Maurice Greenberg, più tardi inquisito dalla Procura per falso in bilancio. Numero uno a soli 50 anni, inizialmente Sullivan fece piuttosto bene. Nel 2007 la crisi. E nell’ arrogante logica elitaria di Wall Street, mentre la finanza americana crollava, Sullivan venne pagato di più.

link: Bufera Sullivan: 40 milioni da Aig fallita - Corriere della Sera

Se il decreto anti-crisi sembra realmente positivo e tempestivo, come giudicare quest’altra sorpresa nascosta?

Sorpresa nel decreto Alitalia: reati non perseguibili se non c’è il fallimento

Ad accorgersene per prima Milena Gabanelli, l’autrice della trasmissione Report

Il governo salva Geronzi Tanzi e Cragnotti

di LIANA MILELLA

(07:24 09/10/2008)

via Repubblica.it > Economia

Sembra quasi che anche quando si fanno cose positive non si riesca proprio a scrollarsi di dosso la zavorra che ci appesantisce da anni.

Mercato?

Il petrolio è sotto i 90$. Poche settimane fa era a 140$, quasi il doppio.

Mi chiedo come si possa pensare che queste variazioni siano dovute al “mercato”, cioè alle dinamiche “sane” della domanda e dell’offerta.

Io non riesco a crederci.

Fmi: «È la crisi peggiore dal 1930» Eurostat: Pil della zona euro cede lo 0,2% - Corriere della Sera: “DATI POSITIVI - Ma tra tanti dati negativi, compaiono anche indicazioni positive. A sorpresa la produzione industriale tedesca ha registrato ad agosto un balzo su base mensile del 3,4% contro -1,6% del mese precedente e una previsione di -0,3%. Si tratta del rialzo maggiore dall’agosto 1993. A Ginevra il Forum economico mondiale (Wef) ha reso noto che l’economia americana è pronta a ripartire appena sarà passata la crisi finanziaria. «L’economia Usa ha caratteristiche strutturali con una base produttiva solida», dice il rapporto.”

Tutti questi numeri. Alcuni dicono l’opposto di quello che “si vede”. Essendo l’Italia agganciata alla Germania (come ripete sempre Giacomo Vaciago), dovrebbe essere una buona notizia. Poi vedi che le borse sono sotto terra e che il mondo della finanza ha una sua dimensione che pare proprio totalmente scollegata dal resto del mondo (anche se si sa che non è così).

Da leggere.

La fine del modello americano - LASTAMPA.it: “Le dimensioni del crac di Wall Street difficilmente potrebbero essere maggiori. Eppure, mentre gli americani si chiedono perché mai debbano pagare cifre così impegnative per impedire all’economia di implodere, pochi parlano di un costo meno tangibile ma potenzialmente assai più pesante per gli Stati Uniti: il danno al «brand» America.

Le idee sono una delle nostre merci da esportazione più importanti, e due in particolare hanno dominato il pensiero globale dai primi Anni 80, quando Ronald Reagan fu eletto Presidente. La prima era una certa visione del capitalismo, che sosteneva che tasse basse, regole leggere e un governo ridotto sarebbero state il motore della crescita economica. La seconda era l’idea dell’America come promotrice della democrazia liberale nel mondo, vista come la strada migliore a un ordine internazionale più prospero e aperto. Il potere e l’influenza dell’America poggiavano non solo sui nostri carri armati e i nostri dollari, ma anche sul fatto che la maggior parte della gente trovava attraente la forma di auto-governo americana e voleva rimodellare la sua società lungo le stesse linee - il «soft power», secondo la definizione del politologo Joseph Nye.

E’ difficile sondare quanto questi due tratti caratteristici del «brand» americano siano stati screditati. Tra il 2002 e il 2007, mentre il mondo godeva di un periodo di crescita senza precedenti, era facile ignorare quei socialisti europei e quei populisti latino americani che denunciavano il modello capitalistico americano come «capitalismo da cowboy».

Ma ora il motore di quella crescita, cioè l’economia americana, è deragliato e minaccia di trascinare con sé il resto del mondo. Peggio ancora, il colpevole è lo stesso modello americano: sotto il mantra di meno governo, Washington non ha adeguatamente regolato il settore finanziario.

Quanto alla democrazia, era stata macchiata ancor prima. Una volta assodato che Saddam Hussein non aveva le armi di distruzione di massa, l’Amministrazione Bush ha cercato di giustificare la guerra all’Iraq collegandola a una più ampia «agenda della libertà»; improvvisamente la promozione della democrazia era l’arma principale nella guerra al terrorismo. Ma per molti nel mondo la retorica americana sulla democrazia suona come una scusa per favorire l’egemonia degli Stati Uniti.

La scelta che dobbiamo fare ora va ben oltre il salvataggio finanziario o la campagna presidenziale per la Casa Bianca. Il «brand» America è stato dolorosamente messo alla prova nel momento in cui altri modelli - come la Cina o la Russia - sembrano sempre più allettanti. Ripristinare il nostro buon nome o far rivivere l’attrattiva del nostro «brand» è una sfida grande quanto stabilizzare il mondo finanziario. Prima però dobbiamo capire dove è l’errore, quali aspetti del modello americano sono solidi, quali mal realizzati, quali completamente da scartare.

Molti commentatori hanno sottolineato che il crac di Wall Street segna la fine dell’era Reagan. E’ vero. Le grandi idee nascono in una specifica epoca storica e poche sopravvivono quando cambia il contesto. Il reaganismo (e il thatcherismo) andavano bene per la loro epoca. Dal New Deal di Franklin Roosevelt negli Anni 30 i governi in tutto il mondo erano cresciuti a dismisura. Negli Anni 70 gli stati assistenziali e le economie, soffocate dalla burocrazia, si stavano rivelando altamente disfunzionali. La rivoluzione Reagan-Thatcher rese più facile assumere e licenziare, causando molti dolori quando le industrie tradizionali cominciarono a ridursi o a chiudere, ma gettò anche le basi per tre decenni di crescita e l’emergere di settori innovativi come l’informatica e le biotecnologie.

Sul piano internazionale la rivoluzione reaganiana si tradusse nel «Consenso di Washington», con il quale Washington - e le istituzioni sotto la sua influenza, come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale - spingevano i Paesi in via di sviluppo ad aprire le loro economie. Respinto da populisti come il venezuelano Hugo Chavez, esso attenuava però le sofferenze della crisi per il debito latino americano degli Anni 80, quando l’iperinflazione afflisse Paesi come il Brasile e l’Argentina. Simili politiche favorevoli al mercato hanno trasformato la Cina e l’India nelle potenze economiche che sono oggi. Se fossero necessarie altre prove della loro bontà, basterebbe guardare alle economie centralmente pianificate dell’ex Unione Sovietica e di altri Stati comunisti, che negli Anni 70 erano ben dietro i loro rivali capitalisti sotto tutti gli aspetti. E la loro implosione dopo la caduta del Muro di Berlino confermò che erano finite in un vicolo cieco.

Come accade per tutti i movimenti trasformativi, anche la rivoluzione reaganiana si perse perché, per molti dei suoi seguaci, era diventata una ideologia incontestabile, non una risposta pragmatica agli eccessi dello stato assistenziale. Due concetti erano sacrosanti: i tagli delle tasse si autofinanziano e i mercati finanziari si autoregolano. Prima degli Anni 80 i conservatori erano conservatori sul piano fiscale: titubavano a spendere più di quanto incassavano. Il reaganismo introdusse l’idea che qualunque taglio di tasse avrebbe stimolato la crescita al punto che alla fine il governo avrebbe incassato di più. Ma avevano ragione i conservatori: se si tagliano le tasse senza tagliare le spese, si finisce nel disavanzo.

La globalizzazione però mascherò questa situazione, perché gli stranieri sembravano inesauribili nel loro desiderio di possedere dollari, il che consentì al governo americano di accumulare deficit godendo al tempo stesso di una forte crescita, cosa che non sarebbe stata consentita a nessun Paese in via di sviluppo.

Il secondo articolo di fede reaganiano - la deregulation finanziaria - fu spinto dall’empia alleanza tra autentici credenti e aziende quotate a Wall Street. E negli Anni 90 fu accettata come Vangelo anche dai democratici, certi anche loro che le vecchie regole soffocavano l’innovazione e minavano la competitività. Avevano ragione, solo che la deregulation produsse un flusso di prodotti finanziari innovativi come i cdo, che sono all’origine della crisi attuale.

Lo scandalo della Enron, il deficit commerciale, le crescenti ineguaglianze all’interno della società americana, la pasticciata occupazione dell’Iraq, la risposta inadeguata al tornado Katrina erano tutti segnali che l’era Reagan sarebbe dovuta finire molto tempo fa. Non è successo, in parte perché i democratici non sono riusciti a trovare dei candidati convincenti, in parte perché le classi operaie - che in Europa votano i partiti di sinistra - in America ondeggiano tra repubblicani e democratici sulla base di temi culturali come la religione, il patriottismo, la famiglia, il possesso di armi. Quanto alla promozione della democrazia non è mai stata messa in discussione. Il problema ma avendola usata per giustificare la guerra in Iraq, «democrazia» è diventata una parola in codice per «intervento militare» e «cambio di regime». Tra Iraq e Medio Oriente - compreso l’appoggio a una monarchia assoluta come l’Arabia Saudita - non siamo credibili quando sosteniamo una «agenda della libertà».

La crisi di Wall Street, e la poco edificante risposta che abbiamo dato, dimostrano che il più grande cambiamento di cui abbiamo bisogno è nella nostra politica. Il test finale per il modello americano sarà la sua capacità di reinventarsi ancora una volta. “

Mi scrivono gli amici di ItsMe:

Siamo uno spin off dell’Università degli Studi di Milano - Bicocca.

Filosofi, designer e sviluppatori.

Stiamo lavorando per progettare e realizzare un nuovo tipo di PC:

ITSME!

Immaginate di accendere il vostro computer e … di fronte a voi, non più la vecchia scrivania con le cartelle, ma i LUOGHI (venues) delle STORIE della vostra vita. In questi luoghi virtuali potete gestire tutte le informazioni, documenti, email e altre risorse collegate con le storie medesime. Avete a disposizione un luogo per ogni storia.
Il prototipo del prodotto uscirà nel 2010, ma ADESSO abbiamo bisogno di voi!
Dal 15 al 18 ottobre saremo allo SMAU di Milano (area: “Percorsi dell’innovazione”) e 23 al 26 ottobre 2008 saremo al Festival della Creatività (area: “New frontiers of interaction”).

Vogliamo invitarvi a partecipare alla prima fase di progettazione del nostro PC, che si terrà presso il nostro stand. Nell’occasione, vi presenteremo ITSME e il suo stato d’avanzamento. Vogliamo ascoltare il vostro punto di vista sull’iniziativa: impressioni e valutazioni!

Questo è solo il primo passo di un processo progettuale open source, che nasce come APERTO e CONDIVISO con tutte le persone interessate.
Se volete partecipare all’iniziativa, scrivete a Serena (serena.debiasi@itsme.it) per maggiori informazioni e per concordare il giorno e la fascia oraria della vostra presenza.
Abbiamo a disposizione un numero di posti limitato.
COME DESIGN ITSME WITH US!

Vi aspettiamo.
Grazie!
Il team di itsme


Secondo Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, ha ragione Berlusconi.

Il costo dell’Europa disunita - Corriere della Sera: “Ma non doveva essere, questa, una crisi americana, scatenata dai mutui subprime americani e dal capitalismo yankee? Allora perché le banche europee sembrano soffrire più della loro controparte statunitense? Se nessuno si è sentito rincuorato dal voto di venerdì al Congresso americano, per l’approvazione del pacchetto di salvataggio da 700 miliardi di dollari per le banche americane, si può dire che nemmeno in Europa si siano mantenuti i nervi saldi, a giudicare dagli annunci frettolosi dei governi per assicurare un’ulteriore protezione ai risparmiatori.

Forse il peggio deve ancora venire, e non solo nel sistema finanziario, bensì nell’economia reale. Gli ultimi avvenimenti in Europa metteranno a tacere le pretese dei politici e di alcuni commentatori che il modello europeo di capitalismo, e specie quello finanziario, sia in qualche modo superiore a quello angloamericano, solitamente tacciato di maggior spregiudicatezza. Che si tratti di una valutazione errata — o quanto meno ingannevole — è già stato dimostrato dal fatto che le banche europee, in questa crisi, hanno subito maggiori perdite totali, per colpa dei prestiti senza copertura, rispetto alle banche americane: 181 miliardi di dollari contro 150, secondo il Financial Times, che cita un’analisi dell’agenzia di ricerca Creditflux. Se le banche europee fossero state più stabili, caute, meglio controllate e meno spregiudicate, allora questo non sarebbe accaduto.

Le perdite delle banche europee sono da addebitare al massiccio acquisto di derivati sui mercati americani. Esse hanno altresì prodotto in proprio un certo numero di derivati, ma la maggior parte proveniva da oltreoceano. Allora, possiamo ancora gettare la colpa sugli Stati Uniti? Tanto per cominciare, le banche europee non erano costrette all’acquisto, e coloro che esercitavano i controlli potevano anche impedir loro di accumulare riserve così ingenti. Ma lo hanno fatto, perché lo ritenevano redditizio. Oggi l’Europa deve affrontare tre distinte tempeste, che complessivamente rischiano di infliggere ingenti danni. Una viene dai derivati americani. Un’altra, tuttavia, viene dall’aumento delle insolvenze sui prestiti nel mercato immobiliare europeo, dove i prezzi sono ora in discesa, in particolare in Irlanda, Gran Bretagna, Spagna e Francia. La terza, imminente, ha l’aspetto di una progressiva recessione economica, aggravata dai tagli al prestito effettuati dalle banche, che provocheranno parecchi fallimenti, sia familiari che aziendali, che andranno a sommarsi nuovamente alle perdite e alle sofferenze bancarie. L’incertezza sulla reale portata di queste difficoltà e sulle debolezze ancora nascoste nei bilanci bancari basta oggi ad affossare i mercati azionari.

Come sempre, però, l’insicurezza principale e immediata riguarda quello che i governi possono fare per arginare il problema. I mercati saranno anche più capaci dei governi per stanziare i capitali, inventare tecnologie e interpretare le preferenze della gente, ma in tempo di crisi solo i governi dispongono di risorse sufficienti per trovare una via d’uscita, perché rappresentano l’intera nazione e tutti i suoi contribuenti. Nazione: parola d’importanza cruciale. Il governo Usa ha suscitato polemiche tra i suoi contribuenti per l’impiego di denaro pubblico allo scopo di nazionalizzare prima due gigantesche società ipotecarie, poi la compagnia di assicurazioni Aig ed ora per acquistare debiti per 700 miliardi di dollari. Ma almeno ha agito, e lo ha fatto più celermente e risolutamente di quanto non fece il governo giapponese durante la crisi finanziaria degli anni ‘90.

Quasi certamente sarà costretto a intervenire nuovamente, con un altro enorme pacchetto destinato a iniettare nuovo capitale nelle banche. E così dovrà fare anche l’Europa. Ma il problema in Europa è che ci sono tante nazioni, che rifiutano di cooperare tra di loro. È un dato inevitabile, ma anche deludente e preoccupante. È inevitabile, perché i distinti governi nazionali saranno sempre dalla parte del proprio elettorato e dei propri contribuenti. Per questo l’Irlanda si è affrettata, la settimana scorsa, a garantire i suoi depositi bancari malgrado il rischio di destabilizzare i sistemi finanziari degli altri Paesi europei, risucchiando i depositi; ed è per questo che l’Olanda si è precipitata a nazionalizzare la quota olandese di Fortis, la banca belga in difficoltà che l’aveva appena acquistata dall’ex banca olandese, Abn-Amro. È deludente constatare come questi governi non riescono a coordinarsi gli uni con gli altri, malgrado i regolari incontri e la moneta unica. La lezione da trarre, sia dagli interventi americani che dalla crisi finanziaria giapponese degli anni ‘90, è che alla fin fine il sistema bancario sarà stabilizzato soltanto dallo sforzo del governo per ricapitalizzare le banche. Questo può e deve essere fatto tramite «titoli preferenziali» contro capitale, proprio come ha fatto il grande investitore Warren Buffett con Goldman Sachs a New York: a lui andrà un dividendo annuale del 10 per cento, e questo possono esigere anche i governi.

In Europa, al momento, la ricapitalizzazione verrà effettuata da ogni singolo Paese, e probabilmente con pacchetti diversi varati dai singoli governi, il che potrebbe sortire l’effetto opposto, ovvero la destabilizzazione. Per questo motivo, è un vero peccato che la proposta di Francia e Olanda, condivisa anche dall’Italia, a favore di un fondo collettivo di ricapitalizzazione per l’Unione Europea sia stata così fermamente respinta dalla Germania, oltre che da altri Paesi membri. È una soluzione che, prima o poi, si rivelerà indispensabile. E più l’Europa aspetta, tanto maggiori saranno le risorse da destinare al progetto.”

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