Play is serious business

Da The Red Rubber Ball at Work, di Kevin Carroll. È un libro stimolante.

Certe sue affermazioni devono essere prese con intelligenza e non in modo superficiale. Ma certamente sono stimoli sui quali riflettere.

Think back to your childhood and to the years dominated by playtime, when there were endless hours to fill and the only agenda was to be captivated in the moment, to have fun. Playtime was also productive time, even if as kids we did not realize it. What we thought was entertaining was also instructiv. Activities we called soccer, tap dancing, marbles, double-dutch, blocks, and tag were also exercises in resourcefulness, planning, strategy, design, planning, strategy, design, decision making, creativity, and risk taking.

In play we did not avoid obstacles, we looked for them by voluntarily challenging ourselves. We eagerly tackled insurmountable odds - height, speed, lack of money - to make our desires reality.

[...]

Far from frivolous time, childhood activities were constructive because they strengthened our resolve as well as our skills. Play gave us courage and instilled confidence. No doubt about it, play [...] required us to invent, analyze, innovate, socialize, plan, and problem solve.

These are among the very same skills required of us at work.

[...]

I believe that you can want to work just as you once wanted to play. The result: jobs that feel more like fun than like drudgery, workplace satisfaction, increase employee retention, and, ultimately, more innovative, successful companies.


I buoni

Dal romanzo Uomo nel buio, di Paul Auster:

… questa persona buona che rifiuta di credere di essere buona perché soltanto i buoni dubitano della propria bontà, ed è questo il presupposto che li rende buoni. I cattivi sanno di essere buoni, ma i buoni non sanno niente. Passano la vita perdonando gli altri, ma non possono perdonare se stessi.

Il nemico

Da Un anno sull’altipiano, di Emilio Lussu. A proposito dei “nemici” che attraversano il nostro cammino.

Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferrai il fucile del caporale. Egli me lo abbandonò ed io me ne impadronii. Se fossimo stati per terra, come altre notti, stesi dietro il cespuglio, è probabile che avrei tirato immediatamente, senza perdere un secondo di tempo. Ma ero in ginocchio, nel fosso scavato, ed il cespuglio mi stava di fronte come una difesa di tiro a segno. Ero come in un poligono e mi potevo prendere tutte le comodità per puntare. Poggiai bene i gomiti per terra, e cominciai a puntare.

L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, ch’era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato a pensare.

Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando di soldati. La facevo dunque, moralmente, due volte. Avevo già preso parte a tanti combattimenti. Che io tirassi contro un ufficiale nemico era quindi un fatto logico. Anzi, esigevo che i miei soldati fossero attenti nel loro servizio di vedetta e tirassero bene, se il nemico si scopriva. Perché non avrei, ora, tirato io su quell’ufficiale? Avevo il dovere di tirare. Sentivo che ne avevo il dovere. Se non avessi sentito che quello era un dovere, sarebbe stato mostruoso che io continuassi a fare la guerra e a farla fare agli altri. No, non v’era dubbio, io avevo il dovere di tirare.

E intanto, non tiravo. Il mio pensiero si sviluppava con calma. Non ero affatto nervoso. La sera precedente, prima di uscire dalla trincea, avevo dormito quattro o cinque ore: mi sentivo benissimo; dietro il cespuglio, nel fosso, non ero minacciato da pericolo alcuno. Non avrei potuto essere più calmo, in una camera di casa mia, nella mia città.

Forse, era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!

Un uomo!

Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare così, a pochi passi, su un uomo … come su un cinghiale!

Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: «Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io ti uccido» è un’altra. È assolutamente un’altra cosa. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, così è assassinare un uomo.

Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: «Eh! non sarai tu ad uccidere un uomo, così!»
Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi, non vedo più chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire da un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. Avevo il fucile poggiato, per terra, infilato nel cespuglio. Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra:

- Sai … così … un uomo solo … io non sparo. Tu vuoi? Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose:

- Neppure io.

Rientrammo, carponi, in trincea. Il caffè era già distribuito e lo prendemmo anche noi.
La sera, dopo l’imbrunire, il battaglione di rincalzo ci dette il cambio.


“Più C”

A volte leggendo risposte a quello che scrivo o più in generale il modo con il quale si sviluppano le discussioni, mi viene in mente un episodio che mi accadde in quinta liceo.

La nostra prof., la grandissima Prof. Succi del liceo Volta, ci aveva appena spiegato gli integrali. E ci propose di calcolare al volo l’integrale di una funzione. Se ricordo bene era l’integrale di radice di x o qualcosa di simile. Immagino molti sappiano che l’integrale di una funzione è un’altra funzione che derivata fornisce come risultato quella considerata. Il tutto a meno di una costante C che essere ogni volta essere aggiunta alla funzione calcolata, essendo la derivata di una costante uguale a zero.

In diversi si cimentarono in quell’esercizio. Io ebbi “l’illuminazione” e me ne venni fuori con il risultato giusto. Ma non dissi “più C”. Non feci in tempo a fornire la mia risposta che un carissimo amico e compagno di classe aggiunse prontamente il fatidico “più C”.

La classe scoppiò in una fragorosa risata e il mio exploit cadde in secondo piano rispetto alla prontezza e allo spirito del mio caro amico Massimo (se mi leggessi mai, ti ricordi???).

In quel caso, l’intervento spiritoso del mio amico si risolse in un momento gioioso. Ma nel tempo mi sono accorto che c’è tanta gente che di fronte ad un problema, a fronte del fatto che qualcuno sta proponendo una soluzione, ancorché ancora da completare in alcuni dettagli, o fa “l’avvocato del diavolo” o si mette a discutere dei dettagli minori oppure aggiunge particolari irrilevanti per “mettere cappello”. Uno si è sforzato di risolvere il problema grosso (l’equivalente del mio integrale) e arriva qualcun altro che con fatica pari a zero e valore aggiunto nullo o quasi ti aggiunge il fatidico “più C”.

Non li sopporto.

P.S.: Non tu Massimo! Ti penso sempre con tanta simpatia e amicizia!


La casa degli incontri

Ho appena finito La casa degli incontri, di Martin Amis. Tramite le parole di un ex internato nei gulag sovietici, rievoca un secolo di storia russa.

E dice che la Russia sta morendo, come il protagonista della storia.

Mi ha lasciato un misto di delusione e di stupore. Stupore per la complessa cultura e mentalità russa, che emerge dalle pagine del libro. Delusione perché mi pare un libro senza passione, a volte un po’ troppo costruito.

Un’altra lettura che non mi ha pienamente soddisfatto.


Delusioni

Ho letto due libri molto celebrati dalla critica e dal pubblico e mi hanno veramente deluso. Il primo è Gilead, di Marylinne Robinson. Per la prima volta in molti mesi non sono riuscito a finire un libro. Una noia micidiale. Un continuo rincorrersi di episodi senza capo e coda, un vagare vuoto. Ha vinto il Pulitzer, credo, e non riesco a capirne il motivo.

Il secondo è il celebrato La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano. L’ho finito. Ma che fatica. E che storia senza capo e coda.

A volte mi sembra che la scrittura sia diventata un esercizio retorico, fine a se stessa. O forse sono io che cerco sempre “la morale”. In ogni caso, grandi delusioni.

Io non voglio spingermi così lontano

Dal saggio The numerati di Stephen Baker:

This all started with computer chips. Until the 1980s, these bits of silicon, bristling with millions of microscopic transistors, were still a novelty. But they have grown cheaper and more powerfull year by year, and now manufacturers throw them into virtually anything that can benefit from a dab of smarts. The power of our cell phones, the controls in our cars, our digital cameras, and, of course, our computers. Every holiday season, the packages we open bring more chips into our lives. These chips can record every instruction they receive and every job they do. They are fastidious note takers. They record the minutiae of our lives. Taken alone, each bit of information is nearly meaningless. But put the bits together, and the patterns describe our tastes and symptoms, our routines at work, the paths we tread through the mall and the supermarket. And these streams of data circle the globe. Send a friend a smiley face from your cell phone. That bit of your behaviour, that tiny gesture, is instantly rushing, with billions of others, through fiber-optic cables. It’s soaring up to a satellite and back down again and checking in at a server farm in Singapore before we have put the phone back in our pocket. With so many bits flying around, the very air we breathe is teeming with motes of information.

If someone could gather and organize these far-flung electronic gestures, our lives would pop into focus. This would create an ever-changing, up-to-the-minute mosaic of human behaviour. The prospect is enough to make marketers quiver with excitement. Once they have a bead on our data, they can decode our desires, our fears, and our needs. Then they can sell us precisely what we are hankering for.

Ho sempre pensato che l’ICT pervasivo possa essere una risorsa per sviluppare la società, i prodotti e i servizi che noi usiamo tutti i giorni. Ma credo anche ci debba essere un limite. Altrimenti, perdiamo la nostra dimensione umana. Io non voglio diventare l’oggetto di studio di chi pensa solo a vendermi qualcosa.

Una questione di derivate (prime e seconde)

Molte volte nel giudicare fenomeni sociali, economici, politici o di qualunque altra natura, si fanno affermazioni estreme e nette. “Questa iniziativa è insufficiente e carente”. “Quella decisione non risolve il problema”. “I risultati ottenuti sono negativi”. Ovviamente, ci sono anche le affermazioni di segno duale quando le cose “sembrano” andare bene.

Spesso questi giudizi sono guidati dalla polemica, specie in politica. In altri casi dalla superficialità, oppure dall’incapacità di valutare i fatti, le scelte, i risultati in funzione della complessità della situazione che ci si trova ad affrontare.

A me pare che forse, se usassimo un po’ di più i concetti e i ragionamenti dell’analisi matematica, ovviamente semplificati nel linguaggio, potremmo avere dei criteri di lettura più saggi. Vediamo come.

Tipicamente, i fenomeni sociali, economici e politici sono rappresentati da valori che mutano nel corso del tempo. Il prodotto interno lordo cambia mese per mese. La qualità di un servizio varia anche giorno per giorno. L’indice di insicurezza dei cittadini pure. Sono tutte realtà rappresentabili tramite curve che descrivono nel corso del tempo come muta e cambia un fenomeno.

In una curva, di solito si va a guardarne il valore in un certo momento. Quanto vale il prodotto interno lordo nel 2008? Quale è il deficit pubblico quest’anno? Quale è il numero di delitti compiuti nel mese scorso? Guardare il valore assoluto ci dice come un certo fenomeno si qualifica in quello specifico momento.

Il compito di un politico o di un manager è quello di mettere in campo azioni che nel tempo facciano migliorare i valori considerati. In alcuni casi (vedi il prodotto interno lordo), si migliora se i valori crescono, in altri se i valori scendono (pensiamo al debito pubblico o al numero dei delitti compiuti). Noi tendiamo a considerare le azioni positive o negative se fanno cambiare i valori che non vanno bene in valori che vanno bene. Se vediamo che dopo l’introduzione di una legge o di una decisione, una situazione negativa è diventata positiva, allora diciamo che quella decisione è buona.

È un modo di ragionare semplice, ovvio, e spesso sbagliato. Quando ci si trova di fronte a fenomeni complessi, il tempo di risoluzione del problema spesso è lungo. Per un po’ di tempo, quand’anche si mettessero in piedi iniziative positive, i valori continuano ad essere insufficienti. Ma questo vuol dire che le cose vanno male? E dualmente, se il valore assoluto che descrive un certo fenomeno in un certo momento è positivo vuol dire che le cose vanno bene?

La mia esperienza è che, ovviamente, il valore assoluto di un fenomeno è un dato importante. Se un’azienda perde soldi, perde soldi. Se il tasso di omicidi è alto, è un fatto tremendo. Se il livello di assistenza medica e di soddisfazione di un paziente è molto alto, ciò è molto positivo.

Ma per giudicare le azioni e la capacità di leadership e gestione, secondo me ancora più importanti del valore assoluto sono le derivate prime e seconde. Cosa sono?

La derivata prima di una curva esprime la velocità di crescita o di decrescita di quel fenomeno. Se la derivata prima è positiva, quel fenomeno è in crescita. Se è negativa è in decrescita. Se sono su un auto e sto “facendo i miei chilometri”, se la velocità è positiva sto andando avanti, se la velocità è negativa vuol dire che sto tornando indietro. In molti casi, la velocità di un fenomeno, prima ancora del valore assoluto, è un indicatore essenziale perché rappresenta il trend, quello che sta succedendo. Se sono all’inizio del mio viaggio, devo fare tanta strada e la mia velocità è maggiore di zero, prima o poi a destinazione ci arrivo. Ma se fossi anche vicino alla meta e la mia velocità diventa negativa (torno indietro), anche se il valore assoluto non è male (sono vicino alla meta) la mia situazione è negativa perché anche se ora sto bene, mi sto allontando da ciò che voglio raggiungere.

La derivata seconda rappresenta l’accelerazione o la decelerazione di un fenomeno. Se sto guidando e accelero, non solo cambia la mia posizione nello spazio (il valore assoluto), ma cambia anche la mia velocità nel tempo. Una derivata seconda positiva dice che sto accelerando. Una derivata secondo negativa dice che sto decelerando.

Ora molte decisioni non possono essere valutate sul fatto che il valore assoluto che rappresenta un certo fenomeno, a valle della decisione passa da positivo a negativo (o viceversa). Le cose non sono mai instantanee. È ingenuo o strumentale pensare che problemi complessi si risolvano con la famosa “bacchetta magica”. Se il valore assoluto non va bene, per riportarlo a valori buoni serviranno tante decisioni, tanta pazienza e tanta perseveranza. Se una azienda perde soldi, non è che dall’oggi al domani si può pensare di risolvere la questione. Lo stesso vale in politica.

Ma quindi come si giudicano le azioni di un manager o di un politico? Se non devo aspettarmi di vedere “valori positivi” a valle delle sue decisioni, come faccio a sapere se sta facendo bene o male? Secondo me bisogna guardare alle derivate prime e seconde. Le decisioni che sta prendendo mi fanno accelerare? Quale è la velocità alla quale sto andando? Queste decisioni cambiano il trend o lo peggiorano oppure sono ininfluenti? Se la derivata prima è uguale a zero vuol dire che sono fermo. Se è negativa, magari con un valore assoluto positivo, vuol dire che sto peggiorando. Se la derivata seconda è positiva, vuol dire che sto accelerando e quindi aumentando la velocità di recupero. Se è negativa, vuol dire che sto rallentando.

Sono le derivate che ci dicono come realmente vanno le cose. Se l’azione di un politico o di un manager in un momento di crisi non cambia instantaneamente il valore assoluto, ma cambia in modo positivo le derivate, quell’azione deve essere giudicata positivamente.

Se invece l’azione di un politico o di un manager, anche in presenza di un valore assoluto positivo, peggiora i valori delle derivate vuol dire che sta facendo male anche se “guardando i dati” sembra che le cose vadano bene. Peggio ancora è il caso quando si strombazzano iniziative a destra e manca che in realtà hanno derivate prima e seconda uguale a zero: sono cioè ininfluenti.

Purtroppo, più sono complicati i problemi e meno è facile a livello di opinione pubblica costruirsi gli elementi per giudicare correttamente ciò che accade. Per questo diventa essenziale il ruolo della stampa, dei blog, di chi fa comunicazione. E in questo mi sento molto responsabilizzato anche io. Nel mio piccolo, sto cercando di capire e far capire quel che succede studiando correttamente l’andamento delle derivate prime e seconde? Oppure uso strumentalmente il singolo dato “assoluto” per fare polemica?

Credo sia uno dei problemi più grossi che dobbiamo affrontare nel nostro paese. Perché richiede cose molto semplici ma abbastanza difficili da trovare: competenza, onestà intellettuale, e rigore.

Proviamoci.

È questa la democrazia?

Sto leggendo The audacity of hope, di Barack Obama. Sono alle prime pagine, ma mi ha molto colpito la descrizione che fa Obama di una seduta del senato americano. Sembra di leggere cronache di casa nostra.

È questo il destino delle nostre democrazie?

Except for the few minutes that it takes to vote, my colleagues and I don’t spend much time on the Senate floor. Most of the decisions - about what bills to call and when to call them, about how amendments will be handled and how uncooperative senators will be made to cooperate - have been worked out well in advance by the majority leader, the relevant committee chairman, their staffs, and (depending on the degree of the controversy involved and the magnanimity of the Repubblican handling the bill) their Democratic counterparts. By the time we reach the floor and the clerk starts calling the roll, each of the senators will have determined - in consultation with his or her staff, caucus leader, preferred lobbyist, interests groups, constituent mail, and ideological leanings - just how to position himself on the issue.

It makes for an efficient process, which is much appreciated by the members, who are juggling twelve- or thirteen -hour schedules and want to get back to their offices to meet constituents or return phone calls, to a nearby hotel to cultivate donors, or to a television studio for a live interview. If you stick around, through, you may see one lone senator standing at his desk after the others have left, seeking recognition to deliver a statement on the floor. It may be a explanation of a bill he’s introducing, or it may be a broader commentary on some unmet national challenge. The speaker’s voice may flare with passion; his arguments - about cuts to programs for the poor, or obstructionism on judicial appointments, or the need for energy indipendence - may sound constructed. But the speaker will be addressing a near-empty chamber; just the presiding officer, few staffers, the Senate reporter, and C-SPAN’s unblinking eye. The speaker will finish. A blue-uniformed page will silently gather the statement for the official record. Another senator may enter as the first one departs, and she will stand at her desk, seek recognition, and deliver her statement, repeating the ritual.

In the world’s greatest deliberative body, no one is listening.

La forza dell’orchestration

Da Competere in un mondo piatto, di V.K. Fung, W.K. Fung e Y. Wind. Da leggere. Sia da coloro che hanno della globalizzazione solo paura, sia da parte dei tipici individualisti italici.

Uno dei grandi equivoci alla base delle critiche che vengono mosse al global trading riguarda la focalizzazione sui deficit commerciali. Queste dispute, spesso originate da intenti politici, mettono al centro il fatto che le merci vengano prodotte in un paese e comprate dai consumatori di un altro paese. Ma i prodotti che escono dalle fabbriche cinesi diretti verso gli Stati Uniti, il più delle volte, sono stati realizzati su ordini di aziende europee o statunitensi. Le loro supply chain toccano la Thainlandia, l’India e il Guatemala non meno che la Cina. L’errore è nel suppore che esista un paese dedito alla produzione e all’esportazione di beni e uno che si limiti a importarli.

Mel mondo piatto, l’orchestrazion è una delle abilità manageriali più importanti. La competenza dell’orchestrator consiste nel saper fare emergere il talento e la creatività insiti nel network, nel coordinare i vari elementi individuali e nel garantire la buona riuscita del processo nel suo insieme.